gennaio 2006
PARLIAMO DI RAZZISMO
Un po' di tempo fa, in occasione delle partite del 3 e 4 dicembre,
la LND ha imposto l'adesione all'ennesima campagna contro il razzismo,
esplicitata nell'iniziare con cinque minuti di ritardo le partite in programma.
A dir la verità iniziare una partita con cinque minuti di ritardo
è un'azione invisibile forse inefficace. Un po' come fare un sit-in
di trenta secondi o una sciopero della fame dall'ora di pranzo all'ora
di cena. La stessa FIGC che dice no al razzismo, nella convulsa sequenza
emotiva partita dai fischi ai giocatori professionisti di colore, nel contesto
di un'apertura pressochè totale ai giocatori professionisti non
italiani, ha in sè una LND e un SGS che sebbene manifestino contro
il razzismo, nei fatti pongono limiti rigidissimi all'ingresso dei giocatori
stranieri. Infatti una società LND (dunque qualsiasi società
di calcio femminile) può tesserare un solo giocatore proveniente
da federazione estera. Questa norma (comma 11, articolo 40 delle NOIF)
che impone il limite di uno straniero per società poteva avere una
qualche giustificazione in passato (anche se pure questo è discutibile)
ma oggi mi chiedo quale sia il senso di questo limite in una società
che sta diventando sempre più multi-culturale.
Oltretutto anche il solo straniero o la sola straniera che è
possibile tesserare è poi sottoposto a una burocrazia lunga e farraginosa
che lo mette decisamente in svantaggio rispetto agli aspiranti calciatori
italiani. Tenete presente che il limite di uno straniero riguarda tutti
i tesserati della società, compresi i bambini del SGS.
Insomma, come si può giustificare questa normativa razzista?
perchè questo è, e non altro. Per tutelare i vivai italiani?
decisamente no, anzi, il calo demografico non può che trovare soccorso
nell'immigrazione, e anche in ambito calcistico le bambine e i bambini
immigrati potrebbero costituire una nuova linfa vitale per le società
calcistiche. Per impedire traffici di speculatori senza scrupoli che vanno
nei paesi del terzo mondo a comprare piccoli talentuosi da trasportare
clandestinamente in Italia, schiavizzare, rivendere come campioncini? Questa
è spesso la risposta che viene data a coloro che, nelle riunioni
LND alle quali ho assistito, sollevano il problema. Mi riesce difficile
pensare ad una società sportiva che mette in piedi una macchina
criminale di livello internazionale: anche volendo, non credo che nessuna
associazione sportiva dilettantistica abbia le risorse necessarie. La tentazione
potrebbe venire a qualche società professionistica (ci sono stati
dei casi in passato), ma a questo si può rispondere in modo più
giusto e forse anche più semplice ed efficace: con dei normalissimi
controlli.
Insomma, mentre noi manifestiamo contro il razzismo, ovvero contro
la convinzione che ci siano persone con meno diritti di noi solo perchè
sono nate da un'altra parte, conviviamo da anni con delle normative che
non danno ai giocatori stranieri gli stessi diritti degli italiani, delle
norme anacronistiche alle quali la nomenclatura della LND sembra irragionevolmente
affezionata. Perchè in ultima analisi non mi viene in mente neanche
qualche risvolto dietrologico, del tipo "chi ha interesse a cosa". Non
vedo interessi economici o di potere politico nella barriera ai giocatori
stranieri, ma soltanto un blocco idelogico e culturale che in parole povere
potremmo chiamare semplicemente... razzismo.