Mentre qui in Italia siamo come al solito pronti al via per una nuova stagione, che fra lamentele e polemiche, scandali e invisibilità cronica, va avanti ininterrottamente fin dal 1968, ci giunge la notizia del fallimento della Wusa. Povere Jess e Jules, le protagoniste di Sognando Beckham, sono partite adesso per l'America e non troveranno niente ad accoglierle, se non l'attività universitaria.Difficile fare da qui un'analisi di questo caso che ha stuzzicato anche i media italiani e, sinceramente, la cosa mi lascia pure abbastanza indifferente. Non sono contrario al professionismo, anzi, trovo ingiusto che per statuto la FIGC imponga alle donne di essere dilettanti: è una vera e propria discriminazione (e la lotta contro questa discriminazione, fra l'altro, ha trovato in Gaucci un improbabile paladino).
L'articolo 29 delle NOIF dice espressamente che sono qualificati "non professionisti" i calciatori di sesso femminile. Dunque Gaucci non potrà tesserare la sua svedese o norvegese che sia, in una squadra professionistica. Qualche cavillo sull'attività mista potrebbe essere posto per i tornei dilettantistici, ma nel regolamento SGS sono previsti esplicitamente i limiti di partecipazione per le ragazze e i ragazzi e si sa che dai 14 in poi le ragazze possono giocare solo nei campionati femminili. Per quanto le regole non siano del tutto chiare è comunque falso affermare che non esistano norme che impediscono alle donne di giocare con gli uomini.
Gaucci invita le femministe a schierarsi dalla sua parte, in realtà la sua donna misteriosa non è altro che una donna oggetto, selezionata attraverso un casting, secondo un profilo disegnato a priori. Non è una donna protagonista della propria vita e delle proprie scelte, che arriva al massimo livello grazie al proprio talento. E' soltanto una potenziale testimonial di articoli sportivi e non.
I nostri più fedeli visitatori sanno bene che l'idea di Gaucci è stata già immaginata in un film inglese del 1992, Born Kicking: nel film la protagonista diventava meno brava nel momento in cui sfruttava commercialmente la propria notorietà, e ritornava campionessa dopo aver riscoperto la propria genuina passione per il gioco del calcio. Chissà come andranno le cose nella realtà...
Quello che solleva Gaucci è però un falso problema: il fatto che donne e uomini non possano concorrere fra di loro in molti sport è un fatto biologico. La cosa veramente ingiusta è invece quella di non riconoscere il professionismo per le donne, questo è un fatto sociale.
D'altra parte è pure vero che una lotta per il professionismo del calcio femminile è ancora prematura: è difficile pensare a un campionato completamente professionistico e l'esempio della Wusa ci dice che forse non è neanche il caso di provarci.
Ma allora quale strada dobbiamo percorrere?
Gaucci e la Wusa hanno alcune cose in comune: gli sponsor, i soldi, le multinazionali... se ci lasciamo abbacinare da una visione puramente economica dello sport e della vita rischiamo di creare qualcosa che oltre ad essere effimero sarà anche brutto.
Lo sport è un po' come l'arte, è qualcosa di bello che nasce dalle persone, dalla base. Quello che dobbiamo fare è proprio questo: ritornare alle persone, ritornare alla base, la campionessa che potrà competere con gli uomini non potrà essere selezionata e costruita da Gaucci o da qualcun altro, ma sarà una donna che emergerà grazie al proprio talento. Il professionismo sarà un atto dovuto se e quando il movimento avrà solide fondamenta su una vigorosa base giovanile e dilettantistica.
Altrimenti dovremo accontentarci di un campionato dilettantistico di nome ma già semi-professionistico di fatto, che tutto sommato non è poi tanto male se resiste fin dal 1968.