novembre-dicembre 2001
RAGAZZE NON VENDETE L'ANIMA AL DIAVOLO!
In questi giorni grazie a diversi organi di informazione è affiorata la polemica delle ragazze della pallanuoto. In poche parole le ragazze della nazionale campione del mondo in carica rivendicano, giustamente, lo stesso trattamento riservato agli uomini in caso di vittoria olimpica o mondiale. La battaglia è stata portata avanti da Assist e nel merito non possiamo che appoggiarla.

La vicenda però fornisce qualche elemento sul quale riflettere, anche in considerazione del fatto che tale battaglia ha trovato sulla propria strada una singolare alleanza di donne, prevalentemente di destra, che invocano "quote protette" per il gentil sesso nelle varie cariche sociali, elettive e non. Di riflesso il discorso  si può poi allargare anche al calcio femminile, che spesso, per bocca di dirigenti quasi sempre maschi, invoca le pari opportunità e protesta contro ingiustizie più o meno evidenti, in modo più o meno condivisibile.

Il caso delle ragazze della pallanuoto ci riguarda solo per quello che ci può insegnare: noi del calcio femminile possiamo guardare a questo mondo parallelo e trarne un'esperienza da utilizzare per le battaglie future. La posizione della FIN è difficilmente difendibile: i premi non provengono dal mercato, o dalle iscrizioni delle società, ma dall'alto, dal CONI e quindi non c'è nessuna ragione per il quale le donne debbano prendere meno degli uomini. Punto e basta.
Assist dovrebbe cercare di marcare il più possibile questo punto ma, a prescindere dal merito, quanto è coinvolta la base? È naturale che consensi e appoggi giungano da campioni e campionesse, ma quanto possono sentirsi coinvolte quelle ragazze che campionesse non sono? quanto può importare loro se la Valliant prende 26 milioni invece di 40?

In effetti la causa, ripeto, giustissima, non sembra trovare alleate nella base, nella gente che le Olimpiadi le può solo sognare, nelle ragazze che macinano un torneo parrocchiale dopo l'altro. Le campionesse sono lassù, nell'Olimpo, a parlare di decine di milioni in più o in meno, il popolo delle atlete è quaggiù, nel pianeta dei due milioni al mese. Probabilmente non è un caso se alle porte dell'Olimpo poi arriva a bussare un gruppo di donne interessate a fondare l'ennesima "lobby", reclamando un posto alla spartizione del potere.

Ma così le cose non cambieranno in modo duraturo. Quello che ci occorre è una crescita culturale. Occorre che le atlete, tutte le atlete, non solo le campionesse, acquisiscano più consapevolezza e responsabilità: purtroppo sono ancora molte, troppe, le ragazze che mettono il posto di titolare al di sopra dei loro stessi diritti e della loro dignità. E di ciò che accade nell'Olimpo e nel resto del loro mondo, e in tutti gli altri mondi, non se ne curano. Assist, la DCF, noi stessi, dovremmo insistere di più perché questo atteggiamento si estingua e il movimento trovi la forza dentro se stesso anziché andarla a cercare chissà dove, magari vendendo l'anima al diavolo.